lunedì 23 agosto 2010

l'untore Vs le 5 banalità della politica.

Chi nel nostro paese o anche solo nella nostra provincia osserva la politica, magari solo superficialmente, si sarà certamente accorto di un particolare interessante. Chi fa politica si ripete spesso. Gli argomenti si susseguono come gli sfondi di quei vecchi cartoni dove il personaggio correva e dietro di lui si ripeteva il fondale a rotazione per risparmiare lavoro. Ecco quindi che, durante una conferenza stampa e di conseguenza nelle colonne dei giornali, in televisione o nei comizi pubblici – questi ultimi sempre più rari – basta sapere quale argomento viene trattato e ti sembra di sapere in anticipo quasi tutto quello che verrà detto. Ecco quindi una classifica semi-seria della cinque frasi più banali della politica pontina.
Quinto posto: «Prima di tutto penso al bene della mia città». In realtà un vero classico ma qui figura come new entry perché è una frase abbastanza usata per ora ma scalerà le classifiche con prepotenza tra poco quando, da uno sgomitare generale, emergeranno i primi nomi seri per concorrere alla carica di sindaco. Ma è già un cult per molti versi, interviste e dichiarazioni partono quasi sempre da questo intento, soprattutto quando il candidato è dubbio e non si sa se si presenterà sul serio. Comunque è già una tradizione, come cominciare le partite della nazionale con l’inno di Mameli. In pochi sanno cosa voglia dire ma lo cantano a squarciagola. Nello specifico il candidato, generalmente chiamato in causa dalle redazioni dei giornali che in queste settimane di vacanza cercano di occupare degnamente i loro spazi con quello che passa il convento, non si espone ma lascia partire questo argomento per far intendere che, se verrà presentato, è perché farà effettivamente il bene della città o altrimenti farà un passo indietro, ma sempre per il nostro bene (e alcune volte si fa la cosa giusta).
Quarto posto: «Il corridoio tirrenico». Ormai praticamente un argomento da supercazzola, lo si tira in ballo ogni volta che si parla di mobilità e lo si butta nella mischia quasi per fare colore. A volte con aggiunte di collegamenti fantasmagorici con lo scappellamento a destra e con bretelle per favorire la connessione un po’ qua e un po’ la. Per carità, negli intenti l’idea di una alternativa stradale che ci colleghi al circuito viario nazionale è certamente buona e giusta, solo che c’erano i crociati quando se n’è cominciato a parlare.
Terzo posto (e siamo sul podio): «Non lo dico per fare polemica». Quando il politico attacca un discorso con questo incipit in genere si innescano gazzarre da saloon che devono essere sedate dai celerini. Spesso "senza fare polemica” partono le peggiori invettive contro avversari politici, compagni di partito ma anche contro prefetti e dirigenti di enti terzi.
Secondo posto (medaglia d’argento): «La mia era una provocazione». Questa è la affermazione parafulmine – e non solo – per eccellenza, usata a piene mani su scala nazionale e che ogni giovane aspirante uomo politico deve apprendere subito prima che sia troppo tardi. È la marcia indietro per antonomasia che in genere viene dopo una roboante dichiarazione fatta a caldo e sulla quale, puntualmente, piovono smentite circostanziate che sbugiardano l’avventato politico di turno. La "provocazione” ormai si può tradurre quasi sempre con "cretinata” ma il politico di turno in genere non dice mai "ho detto una cretinata”. Ormai questo strumento è però obsoleto. Berlusconi insegna che non occorrono scuse o marce indietro. Alle brutte si può sempre ricorre alle varianti "sono stato frainteso” con aggiunta di "malafede da parte della stampa comunista che non capisce il mio umorismo”.
Primo posto: «La nostra è una provincia a trazione turistica». Presente anche nel modello "vocazione turistica” va bene per quasi tutto. Sagre di paese, manifestazioni in grande stile, comizi, dibattiti su ambiente, lavoro, salute, benessere, caccia, pesca e molto altro ancora. Questa frase sta bene su tutto tanto da essere perfettamente bi-partisan. Infatti è nella bocca dei nuclearisti e dei anti-nuclearisti, della destra e della sinistra. La "vocazione turistica" della nostra provincia è quasi una fede religiosa. E infatti si crede in qualcosa che non esiste. Quando si parla di "trazione turistica” invece si evoca l’immagine di un possente trattore che trascina avanti la carretta dell’economia locale, che potrebbe certamente essere vero. Ma è evidente che il trattore è spento.
In definitiva, i politici parlano per professione e si ripetono per vocazione. Tra una ripetizione e l’altra, l’italiano medio ripete in segreto a se stesso sempre le stesse cose. Ma non si possono scrivere perché il rischio di diventare volgari e ripetitivi è davvero troppo alto.

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